Pubblichiamo il saggio prodotto da Lucia Antonino di 5D indirizzo Scienze Applicate per la selezione regionale dei XXXIII Campionati di Filosofia.
L’essere umano: mente o corpo?
L’uomo «nel senso abituale della parola», come il filosofo ottocentesco Feuerbach definisce il singolo
considerato in se stesso, è una creatura complessa: è mente e corpo, due macrosistemi apparentemente agli antipodi che tuttavia non potrebbero esistere l’uno senza l’altro. Essi lavorano sinergicamente, sono da sempre interconnessi e influenzano a vicenda il proprio stato.
La branca emergente della psicologia che si occupa di dimostrare e analizzare tale connessione tra mente e corpo è la bioenergetica. Quest’ultima cerca di rafforzare la consapevolezza del singolo non solo in relazione alle proprie facoltà di pensiero o alle proprie emozioni, ma anche a come l’intensità di queste ultime possa manifestarsi attraverso “messaggi in codice”, veri e propri segnali che il nostro corpo può comunicare attraverso il dolore o il benessere fisico.
Il corpo risulta, a questo punto, uno strumento più potente e immediato rispetto alla mente, pur essendo, essenzialmente, il riflesso della sua attività. La bioenergetica identifica quindi il corpo come sede di sensazioni e bisogni e tra questi ultimi identifica i due principali: riconoscimento e accettazione. Se l’essere umano percepisce che nessun valore gli è riconosciuto e, di conseguenza, non si sente accettato dall’esterno (condizione psicologica), soffre (condizione fisica).
L’essere umano è fatto per essere solo o peer vivere in comunione?
Risulta particolarmente interessante come per la psicologia, ormai scienza affermata, il benessere del singolo dipenda fortemente dal suo rapporto con l’esterno e, quindi, da altri singoli. Anche la religione cristiana sottolinea la necessità dell’essere umano, individuata dal Dio della Bibbia, di dover condividere la propria esistenza e addirittura parte di sé con gli altri: dalla creazione di Eva a partire dal costato di Adamo sino al comandamento dell’amore affidato dal Cristo.
Attraverso lo studio dell’antropologia si può dedurre che difficilmente il singolo riesce ad essere autosufficiente, in quanto il suo percorso di evoluzione, dall’antichità ad oggi, lo ha sempre portato a doversi inevitabilmente confrontare con l’esterno, instaurando una relazione con l’altro e portandolo a ricercare una qualsiasi forma di associazione: dalla famiglia alle tribù, alle prime comunità, sino alle varie forme di Stato moderno. Lo studio di questo fenomeno e delle sue origini ha interessato, in ambito filosofico, molti pensatori del passato, i quali si sono interrogati su quale fosse la vera natura dell’essere umano e sull’origine delle diverse forme associative da lui costituite.
Prevaricazione, associazione o comunione?
Col proprio modello di stato di natura Thomas Hobbes, ad esempio, individua come fondamento della relazione tra gli esseri umani un perenne tentativo di prevaricazione reciproca instaurata in un clima di barbarie e perpetua violenza, volta a sopraffare il prossimo al fine di perseguire unicamente gli interessi personali del singolo, il quale tenta inutilmente di affermare la propria supremazia, in quanto verrà investito dallo stesso destino a causa dell’altro che è nemico.
Hobbes, quindi, non rivede nella natura dell’essere umano la propensione a quella comunione tutta cristiana volta all’instaurazione di un rapporto proficuo, basato sul rispetto altrui che può essere fonte di arricchimento laddove nasca uno scambio reciproco e disinteressato di opinioni o un clima di collaborazione e giustizia per il quieto vivere. Al contrario, il filosofo vede la necessaria instaurazione di un clima rigido e fondato sul terrore come unica via di fuga per allontanare gli esseri umani dalla prevaricazione attuata nello stato di natura, ritenendo che essi debbano solo sottostare alla legge dettata da un unico potente che tra tutti si sia distinto e il quale è l’unico a poter essere esentato dal rispetto delle leggi da egli stesso imposte.
Completamente opposta alla teoria hobbesiana è quella elaborata dal francese Jean-Jacques Rousseau,
il quale, come già aveva sostenuto John Locke, non individua nella natura dell’uomo una tendenza alla violenza, bensì una particolare attenzione alla sopravvivenza e all’autosostentamento inquadrata in un contesto di pacifica convivenza. Nonostante ciò, ovviamente, anche questo sistema volto all’autoregolazione è destinato ad entrare in crisi nel momento in cui il singolo cerca di ambire a qualcosa di sempre più grande, arrivando a sottrarre all’altro ciò che gli appartiene e instaurando un clima di profonda disuguaglianza. Secondo Rousseau, quindi, la soluzione per far tornare l’essere umano ad essere un “buon cittadino” è quella di abbattere la disuguaglianza. Per fare ciò, ne il “Contratto sociale” egli individua nella volontà generale, volta al bene comune e, quindi, alla pacifica associazione privata dell’esistenza di rapporti di dipendenza tra potenti e deboli, l’unica deterrente del potere, nata dagli esseri umani per gli esseri umani. Per Rousseau, infatti, se ognuno rinunciasse a parte della propria libertà, sicuramente potrebbe trarne vantaggio, in quanto sarebbe subordinato esclusivamente ad un’autorità (la volontà generale) alla quale fondazione egli stesso ha contribuito e che quindi è in grado di tutelare gli interessi di tutti.
Nonostante ciò, persino questo modello si basa sulla comunione di interessi sancita, perlopiù, da quel
contratto vero e proprio che il filosofo francese definisce sociale, ma che non sfiora ancora quell’idea di comunione disinteressata che forse non è proprio raggiungibile in un modello di società ma, probabilmente, solo a livello ideale e morale…o etico?
L’essere umano tra morale ed etica
Una volta affrontato il quadro sociale, infatti, nella considerazione della vita associativa dell’essere umano riveste un ruolo fondamentale l’aspetto comportamentale che investe le sue azioni e relazioni. Supportando la tesi di Feuerbach secondo la quale l’essere umano considerato in se stesso non racchiude l’essenza dell’uomo in sé, ma essa risiede esclusivamente nell’unità dell’uomo con l’uomo, è opportuno considerare, quindi, questa essenza stessa come etica nell’accezione hegeliana. Laddove la morale (mos-moris) effettivamente esiste poiché concerne il singolo, dettando le norme comportamentali che egli stesso ritiene corrette, essa è limitata. L’essenza dell’essere umano avvalorata da Feuerbach assume prevalentemente le caratteristiche dell’etica nell’accezione tedesca impartita nell’idealismo di Hegel, la quale è “integrazione“, ossia frutto dell’influenza del contesto nel quale si è inseriti e, quindi, combinazione di modelli comportamentali incorporati nel singolo che, però, non sono il frutto della sua
considerazione e della propria consapevolezza, rappresentazione del finito che volge nell’infinito.
Ciò non significa, tuttavia, che l’essere umano debba essere sopraffatto da ideali che non siano i propri o che lo influenzino inconsapevolmente come gli idola tribus delineati da Francis Bacon.
Essere umano e dialogo
L’essere umano è, infatti, più che altro, il frutto dell’unione dei vari aspetti della molteplicità che egli stesso crea mediante l’unità con l’altro. Ciò contribuisce ad arricchirlo in quanto essere pensante, ad ampliare i propri orizzonti e a considerare alternative. Il singolo è unico poiché è diverso dal singolo che gli sta accanto, ma le sue idee sarebbero fini a loro stesse se egli non avesse la possibilità di condividerle. L’identità e il valore del singolo, perciò, non si annullano nella molteplicità come nell’idealismo hegeliano. Anzi, esse traggono forza, sicurezza e riconoscimento dall’unione con l’altro come insegna la bioenergetica.
«La vera dialettica non è un monologo del pensatore solitario con se stesso, ma un dialogo tra l’io e il tu».
Così Feuerbach sintetizza il senso e l’essenza della comunione, esplicitandone anche il mezzo chiave:
il dialogo. Il dialogo costruttivo, come quello della maieutica di Socrate, permette all’uomo di arricchire se stesso proprio grazie al confronto con ciò che egli non è, misurandosi con parametri esterni a se stesso, apprendendo i propri limiti e i propri punti di forza sui quali investire, raggiungendo quella sensazione di libertà generata dall’unione con gli altri. Fondamentale nel dialogo è, però, l’ascolto
al fine di evitare quel monologo del pensatore solitario che limita la libertà d’espressione dell’altro, concetto molto sentito, questo, al giorno d’oggi.
Siamo ormai abituati, infatti, a vivere in un clima di pessimo o quasi inesistente ascolto, censura, paura, in un mondo in cui la differenza tra “l’io e il tu” non rappresenta un traguardo, un valore da preservare, bensì un muro da non oltrepassare, una bandiera rossa che segnala un pericolo, un nemico da affrontare e da annientare persino con le armi, come nello stato di natura hobbesiano. Questo perché, così come il riconoscimento e l’accettazione altrui rendono liberi, essi possono anche spaventare, poiché presuppongono la relazione con l’altro. Questa, infatti, diventa ormai una scommessa per l’essere umano: può farlo soffrire o renderlo vivo. Eppure, per spegnere questa paura, basterebbe prestarsi all’arte
disarmata del dialogo senza pregiudizio, lasciando persino che le proprie convinzioni vengano stravolte dal diverso e dall’ignoto.