“Essere” o “dover essere”? Il dilemma filosofico della ragione e dell’essere umano dilaniato

Introduzione: L’intellettualismo etico

«Che cosa c’è di peculiare all’uomo? La ragione: quando essa è onesta e perfetta, colma l’uomo di felicità» (Lucio Anneo Seneca). L’individuo, dualisticamente inteso, si mostra scisso in una parte corruttibile, terrena e “bestiale”, il corpo, e nella sua parte più “divina” e incorruttibile, la ragione, la facoltà conoscitiva che sin dalla filosofia antica è considerata salvifica, in quanto distingue l’essere umano dalle bestie, elevandolo ad una posizione nettamente superiore.

La ricerca del sapere e la comprensione delle proprie capacità conoscitive viene considerata così il fine ultimo dell’esistenza umana, che lo porta a raggiungere l'”areté” greca, la virtù, strettamente connessa alla felicità, parlando così di intellettualismo etico. In tal senso il sommo bene si identifica con la costante attività intellettuale, indirizzata alla ricerca e alla realizzazione di sé: scoprire e abbandonarsi al proprio daimon, essere in compagnia di un buon demone che indirizzi le proprie scelte in una via eticamente corretta, aderendo così all'”eudaimonia”.

La demistificazione della ragione

Con il processo conoscitivo, la ragione comprende da sé ciò che è bene e l’uomo è quindi naturalmente felice: si può quindi dedurre che coloro che non esercitano la propria ragione e praticano il male, lo fanno
inconsapevolmente poiché, ignorando il bene, assumono atteggiamenti scorretti. Tuttavia la ragione non è perfetta, essa non possiede totali capacità conoscitive, e la filosofia moderna, in particolare quella kantiana, ce lo dimostra. Immanuel Kant con la sua filosofia del criticismo asserisce che bisogna portare la ragione dinanzi al tribunale della ragione, demistificare la sua ideale perfezione e le infondate certezze che nel corso dei secoli erano state affermate, appellandosi alla sua inattaccabile autorità.

Secondo tale visione il male diviene consapevole e colpevole, portando così alla comparsa dei concetti di “peccato” e “redenzione”, in un’accezione cristiana e religiosa. Anch’esso, come il bene, può essere fonte di piacere o felicità, poiché l’uomo, tendendo al piacere, ed essendo naturalmente mosso dall’egoismo e dal sentimento di sopraffazione, come ricorda lo stato di guerra hobbesiano, la sua attrazione verso il male gli procura benessere. La felicità dell’individuo pertanto, non dipendendo dalla perfezione della ragione, che è puramente ideale, è effetto del piacere corporeo, dell’edonismo, della ricerca delle passioni. In tal senso si rivaluta proprio quell’aspetto umano che nei secoli era stato dimenticato, la corporeità, la natura terrena e gli istinti animali che governano l’uomo e prevalgono sulla sua razionalità. Aderendo al materialismo etico si giunge alla rivalutazione del concetto di “bene”, che dunque diviene soggettivo, chiedendosi a tal punto quale sia effettivamente il fine della natura umana poiché, non identificandosi più nella perfezione della ragione, esso è differente per ogni individuo.

Il fine ultimo della natura umana

Si potrebbe dapprima credere che il fine ultimo della natura umana sia la ricerca del piacere, l’edonismo sfrenato che, in una visione Kierkegaardiana, porta alla scelta di una vita estetica, dedita all’attimo, all’irrepetibilità, alla costante insoddisfazione e alla conseguente ricerca perpetua di un piacere sempre maggiore. Il filosofo Soren Kierkegaard analizza a riguardo la figura emblematica del “Don Giovanni” di Mozart, in certi aspetti affine, in ambito letterario, a quella di Andrea Sperelli, eroe dannunziano del romanzo “Il Piacere”, esteta, dedito all’arte e alla bellezza, che sopraelevandosi all’etica, alle nozioni di “bene” e “male”, aderisce quasi sacralmente al “Bello” e alla massima, impartitagli dal padre, di fare la propria vita come se fosse un’opera d’arte.

Il processo di trasvalutazione dei valori morali è affrontato in maniera più ampia dal filosofo Friedrich Nietzsche che con il suo oltreuomo, rifiuta nichilisticamente la morale, che risiede in valori trascendenti, e le credenze socialmente costruite, sino a giungere con Zarathustra alla “morte di Dio”. Tale visione è esposta magistralmente dal filosofo e letterato russo Fedor Dostoevskij, che nel suo celebre romanzo “Delitto e Castigo” propone la figura di Raskolnikov, uomo abietto e socialmente declassato, che decide, senza alcuna apparente motivazione, di uccidere un’usuraia. Egli dapprima adduce al delitto motivazioni economiche, per poi ammettere solo in seguito di aver compiuto l’omicidio per verificare una convinzione che da tempo lo assillava: egli infatti è convinto ci siano uomini che, sopraelevandosi alla massa, per il bene comune, possano compiere azioni eticamente scorrette. Raskolnikov ricorda le imprese napoleoniche, il generale e poi imperatore Napoleone Bonaparte, come l’uomo che è riuscito a sopraelevarsi alla massa, trasvalutando così i valori morali per il bene collettivo, e decide pertanto di verificare se anch’egli potesse far parte di quei pochi eletti che possiedono la capacità di elevarsi al di sopra della società, di essere quindi un oltreuomo.

Seguire i valori sociali, quali il dovere, il rispetto, il pudore, diviene così complesso per l’individuo, che tende a seguire la propria natura animale, egoista ed irrazionale, e a sentire i propri bisogni corporei. La vita etica è infatti caratterizzata da stabilità, sicurezza e responsabilità, di cui è emblema il lavoratore che aderisce all’unione matrimoniale; essa tuttavia si mostra al contempo sofferente, poiché può essere percepita come una trappola lavorativa e sociale che annulla il “Wesen“, la propria essenza, portando inoltre alla comprensione che, avendo la capacità di plasmare la propria esistenza e di essere consapevoli di sé, si è responsabili anche delle malvagità che si compiono e che pertanto si sceglie il male consapevolmente.

“Essere” o “Dover essere”

A tal punto l’essere umano si mostra scisso, dilaniato tra l'”essere” e il “dover essere”, risulta dunque in
conflittualità con sé stesso, incapace di scegliere se agire secondo la morale e i valori sociali, opprimendo la sua natura, o rifiutarla, assecondando i suoi bisogni e desideri. Tale dualità inizia a farsi più netta nell’individuo quando, con lo sviluppo della tecnica, quest’ultima ha iniziato ad agire sulle scelte etiche, introducendo come campo d’indagine quello della bioetica. L’importanza della vita si pone così al centro del dibattito filosofico e sociale, e messa in discussione da pratiche, quali l’aborto o l’eutanasia, che grazie allo sviluppo della tecnologia e della scienza sono ad oggi possibili.

Sin dall’inizio del XIX secolo è evidente come lo sviluppo della scienza inizi a farsi sempre più incalzante e a provocare un senso di timore, venendo avvertito tal volta come una minaccia: ciò si esplicita con il romanzo gotico fantascientifico “Frankestein” di Mary Shelley in cui viene, infatti, messa in discussione la creazione divina, il volere di Dio. L’uomo, lo scienziato, mediante la scienza, è come se si sostituisse al divino: la creazione artificiale di una nuova vita è ora contemplata, e sfida i valori morali e religiosi.
Due secoli dopo la situazione non si potrebbe dire estremamente mutata. Ad oggi, nella contemporaneità, si parla infatti dei cosiddetti “obiettori di coscienza”, i quali si esprimono a sfavore della scienza per salvaguardare la vita umana: l’aborto, l’interruzione volontaria di gravidanza, ad esempio, è infatti considerato da quest’ultimi infanticidio , affermando così che il feto non ancora formato può svalutare la scelta e la volontà dell’individuo che decide di interrompere la gravidanza, che la sua vita in “potenza” sia più concreta e quindi più importante di una vita in “atto”.

Pertanto dinanzi alla dualità etica dell’essere umano, quest’ultimo non può che scegliere da sé se essere o dover essere, agire secondo la propria natura o secondo i valori socialmente imposti, raggiungere la totale comprensione di sé con una conseguente libertà disinteressata, o divenire il perfetto modello sociale proposto e aderire agli stereotipi, reprimendo la propria volontà. Egli si trova così dinanzi alla scelta tra un’esistenza autentica, ma incerta, o una copia sbiadita dell’esistenza altrui, ma certa.

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